Spinto al suicidio da figlia e fidanzato. In lacrime al processo: “Siamo pentiti”

Palermo: il 48enne ha raccontato in una lettera le angherie subite

PALERMO – Aveva affidato a una lettera drammatica tutto il dolore provato in mesi di minacce, pestaggi, angherie. Prima di uccidersi aveva rivolto alla figlia 15enne e al fidanzatino di due anni più grande, accuse pesantissime. “Mi hai estorto non solo i tuoi soldi ma anche quelli dei tuoi fratelli, sei una brava manipolatrice tu e il tuo fidanzato, mi hai distrutto in tutte le maniere. Vorrei perdonarti ma non ci riesco, non provo rabbia ma disprezzo, lo stesso disprezzo che hai per me grazie di avermi distrutto spero che Dio abbia pietà di tutti noi”. Parole pesanti che portarono all’arresto del ragazzino e al trasferimento della giovane in una comunità: i due fidanzati vennero accusati di istigazione al suicidio.

Oggi davanti al gup dei minori, tra lacrime e singhiozzi, i due – lei nel frattempo ha avuto un bambino – si sono detti pentiti. Un’udienza carica di tensione, interrotta più volte, quella celebrata dal giudice Nicola Aiello che dovrà decidere del rinvio a giudizio dei due fidanzati che per tutto il processo si sono tenuti per mano. La drammatica storia è accaduta a Villaggio santa Rosalia, un quartiere popolare di Palermo, nei mesi scorsi. L’uomo che si è tolto la vita aveva 48 anni ed era vedovo con tre figli.

Gli screzi in famiglia sono iniziati quando la vittima ha tentato di contrastare la relazione fra la figlia e il fidanzato, e sono diventati insostenibili quando l’uomo ha cominciato una nuova relazione. E’ allora che la adolescente, con la complicità del ragazzo, ha iniziato a minacciare, picchiare e perseguitare il padre con continue richieste di denaro tanto, secondo l’accusa, da spingerlo al suicidio. A raccontare la storia in una lettera è stato lo stesso 48enne prima di ammazzarsi.

Nel corso dell’udienza davanti al gip dei minori Nicola Aiello i due giovani hanno mostrato pentimento. Dopo un primo periodo in cui hanno negato ogni accusa e hanno cercato di ridimensionare i fatti, oggi hanno ammesso le loro responsabilità. Il ragazzo ha anche detto di sentirsi un padre inadeguato e di soffrire per avere privato il figlio del nonno. “Abbiamo perso un sostegno per la nostra vita”, hanno detto. La figlia, difesa dagli avvocati Rosa Maria Salemi e Rosalia Zarcone, è stata portata in una comunità a Catania, mentre il ragazzo, assistito dall’avvocato Salvatore Ferrante, è detenuto nel carcere minorile Malaspina di Palermo. Per entrambi la Procura ha già chiesto il rinvio a giudizio. Lo scorso novembre il giudice per le indagini preliminari Alessandra Puglisi aveva respinto la richiesta di applicare ai due una misura cautelare meno afflittiva.